Laboratori aziendali, di analisi, di ricerca e sviluppo, laboratori chimici, clinici o di controllo qualità: ecco qualche esempio di ambienti tra loro molto diversi che però producono tutti residui con caratteristiche condivise.
Tra le attività all’interno dei laboratori, infatti, la gestione dei rifiuti prodotti si dimostra cruciale almeno sotto tre punti di vista: la sicurezza, la conformità normativa e la tracciabilità.
Questi sono certamente aspetti cardine nella governance dei residui in generale, ma le specificità che riguardano i laboratori evidenziano criticità peculiari.
La natura di molti rifiuti di laboratorio è intrinsecamente pericolosa, questo comporta un rischio maggiore per la sicurezza delle persone e dell’ambiente, adempimenti normativi più stringenti e regimentati e, non da ultimo, la necessità di assicurare piena tracciabilità in tutta la filiera di gestione.
La sfida per i produttori di questo tipo di residui rimane poi anche quando questi sono non pericolosi, dal momento che il loro impatto su ambiente ed ecosistemi può comunque risultare poco sostenibile.
Ma quali sono i rifiuti di laboratorio, come vanno classificati e quali sono gli aspetti normativi da seguire per mantenere la conformità? Come si gestisce la raccolta e quali sono gli errori più frequenti?
In questo articolo affrontiamo questi temi per offrire un riferimento e una guida utili ai produttori come supporto per mitigare i rischi e garantire un approccio responsabile e idoneo.
Rifiuti di laboratorio: quanti e quali sono?
I rifiuti prodotti in laboratorio sono rifiuti speciali che, a causa di caratteristiche chimiche, fisiche o biologiche, possono essere intrinsecamente pericolosi. Con più precisione, si potrebbe dire che ci sono anche residui che, da non pericolosi, possono diventarlo successivamente, a causa della contaminazione con sostanze pericolose.
Oltre quindi a come viene utilizzato un oggetto, una sostanza o un materiale, è determinante avere chiaro anche il percorso per capire la tipologia del rifiuto ottenuto. Un fattore importante da considerare è la miscelazione di sostanze che possono essere tra loro incompatibili, dal momento che questo condiziona la pericolosità e perciò il successivo iter di smaltimento.
Vediamo ora più nello specifico quali sono le tipologie di rifiuti da laboratorio prodotti con maggior frequenza.
Sostanze chimiche
Tra le categorie di scarti chimici ottenuti dalle attività di diversi laboratori, solventi e reagenti chimici sono tra i più comuni: residui di solventi organici o inorganici, soluzioni acide o basiche, reagenti esausti o scaduti, miscele di reazione e campioni chimici non più utilizzabili danno un quadro più preciso di queste sostanze.
Lo smaltimento dei rifiuti chimici di laboratorio varia in base a composizione e pericolosità: a questa categoria eterogenea di sostanze, infatti, corrispondono più codici EER differenti che identificano ciascuno un percorso e trattamenti specifici.
Residui biologici e farmaceutici
I rifiuti da laboratorio analisi soprattutto possono essere di tipo biologico. Anche se questo genere di residui non si esaurisce nel settore sanitario ma può essere prodotto dall’industria del pharma o in altri comparti, i rifiuti biologici e infettivi richiedono una raccolta e uno smaltimento con particolari precauzioni per evitarne la diffusione.
Anche per sostanze medicinali (per uso umano o veterinario) inutilizzabili, compromesse o scadute sono previsti percorsi specifici. In particolare per sostanze stupefacenti o psicotrope, regolamentate da normative dedicate.
Vetreria, materiali di laboratorio, contenitori e imballaggi
I materiali che vengono impiegati all’interno dei laboratori, quando devono essere smaltiti, rientrano a tutti gli effetti nella categoria dei rifiuti speciali.
Recipienti e contenitori come fiale, provette, vetrini o altro, comprendendo anche vetreria rotta, oggetti e materiali provenienti dai laboratori clinici e tutto ciò che fa parte degli imballaggi va trattato considerando o meno la contaminazione con le sostanze contenute o con le quali questi strumenti sono venuti a contatto.
È opportuno ricordare che i contenitori contaminati presentano uno specifico codice EER di identificazione, il 150110*.
Residui di questo tipo possono quindi diventare rifiuti pericolosi o non pericolosi a seconda del contenuto o della sostanza con la quale hanno interagito. Ciò significa che nel momento della classificazione del rifiuto, sarà determinante disporre del tracciamento completo del percorso di quell’oggetto specifico all’interno del laboratorio.
Dispositivi di Protezione Individuale
Materiali assorbenti come filtri, panni, carta e dispositivi di protezione individuale quali guanti, mascherine e camici, una volta contaminati da sostanze pericolose, impongono di essere gestiti come rifiuti pericolosi.
Di fatto, anche in questo caso vale quanto specificato per contenitori e imballaggi: uno stesso guanto, per esempio, può essere classificato con due diversi codici EER a seconda dell’utilizzo che ne è stato fatto e della contaminazione che può aver subito o meno.
La classificazione dei rifiuti da laboratorio: l’importanza del codice EER
L’assegnazione ad ogni rifiuto del codice EER appropriato rientra tra gli adempimenti richiesti al produttore. Si tratta del punto di partenza su cui costruire una gestione sicura e corretta sotto l’aspetto normativo.
Classificare un rifiuto richiede sempre di avere piena consapevolezza del processo produttivo che lo ha creato e, nel caso di rifiuti di laboratorio, soprattutto delle sostanze coinvolte.
La classificazione quindi non è un procedimento per così dire statico, piuttosto suscettibile alle variazioni dinamiche dei processi e delle attività eseguite nel laboratorio stesso.
Codici EER e voci a specchio
La differenza tra i codici pericolosi e non, è la presenza o meno dell’asterisco. Si parla di voci a specchio quando due codici distinti potrebbero riferirsi allo stesso materiale e la loro scelta viene fatta in base alla presenza/concentrazione o meno di sostanze pericolose nel rifiuto. In questi casi, la classificazione richiede un’ulteriore analisi perché la pericolosità dipende dalle concentrazioni di sostanze pericolose contenute nel residuo.
Dal punto di vista legale, l’errata attribuzione di un codice EER comporta, come vedremo, multe e sanzioni che, nei casi più gravi, possono avere conseguenze penali.
Sotto il profilo operativo, invece, il rischio può interessare la gestione dei rifiuti ed essere causa di incidenti, contaminazioni ambientali e pericolo per la salute delle persone.
Inquadramento e riferimenti normativi per i produttori di rifiuti di laboratorio
Come noto, il Testo Unico Ambientale (d. lgs. 152/2006) nella parte IV regola la gestione dei rifiuti secondo quanto recepito dalle direttive europee di riferimento.
La gestione dei rifiuti di laboratorio chimico, o di qualunque altro tipo di laboratorio, non fa eccezione: la responsabilità primaria dalla produzione degli scarti allo smaltimento finale è del produttore iniziale.
Ulteriori riferimenti normativi riguardano il settore sanitario, quindi si applicano ai laboratori clinici, laboratori analisi e laboratori microbiologici. Il regolamento sui rifiuti sanitari (D.P.R. 254/2003 e successive modifiche) richiede particolare attenzione per la possibilità di rischio infettivo o di contagio per via aerea.
Inoltre, per quanto riguarda il trasporto dei rifiuti pericolosi, vige la normativa ADR che, assieme ai regolamenti relativi alla viabilità ferroviaria, marittima e aerea, assicura protocolli di completa sicurezza per l’ambiente e le persone.
Tracciabilità: l’importanza della documentazione
I documenti relativi allo smaltimento rifiuti accompagnano uno scarto in ogni fase della gestione e contribuiscono in maniera significativa a certificare trasparenza e piena tracciabilità delle operazioni effettuate.
Il Registro di carico e scarico è l’inventario che il produttore, quindi in questo caso il laboratorio, è tenuto a compilare per monitorare i rifiuti e il loro invio a recupero o smaltimento.
Il Formulario di Identificazione Rifiuti (FIR), sia esso cartaceo o digitale (XFIR), invece, li accompagna durante il trasporto e riporta oltre alle indicazioni relative a ciò che viene movimentato, i dati del produttore, del trasportatore, dell’impianto di destinazione e del mezzo utilizzato per il trasporto stesso.
Nel campo dei residui, la digitalizzazione ha concepito invece il R.E.N.T.Ri., all’interno del quale viene conservata copia digitale della documentazione e che risponde alla necessità primaria di offrire piena tracciabilità di un rifiuto in ogni momento.
Raccolta e deposito temporaneo: come operare in sicurezza
Il caso dei rifiuti di laboratorio impone di gestire in modo particolarmente accurato la raccolta e lo stoccaggio temporaneo in loco. La sicurezza in questo caso è condizione necessaria e i locali adibiti alla raccolta devono presentare caratteristiche precise.
La segregazione dei rifiuti è il principio base che regola le operazioni di raccolta: sin da quando vengono generati i rifiuti vanno identificati e quindi separati in base alla tipologia. Per ciascun rifiuto vanno impiegati contenitori idonei e il trasferimento dal laboratorio al deposito temporaneo, soprattutto per i rifiuti pericolosi, deve avvenire in tempi brevi.
Oltre all’utilizzo di contenitori adeguati, quindi appropriati non solo alla tipologia del rifiuto ma anche conformi al volume, l’etichettatura è un adempimento imprescindibile. Sull’etichetta compaiono il codice EER, una descrizione della composizione del rifiuto e, nel caso di pericolosità, i pittogrammi pertinenti, il numero di identificazione ONU e le classi HP.
Nella gestione del deposito temporaneo, i criteri per organizzare il successivo trasporto sono due: uno di natura temporale e uno che si riferisce ai volumi di rifiuti prodotti con indicazioni specifiche a seconda che si tratti di rifiuti pericolosi o meno.
Per il laboratorio produttore è importante fare una valutazione strategica per decidere l’approccio più vantaggioso dal punto di vista economico capace comunque di soddisfare tutti i requisiti di conformità richiesti.
Gli errori da evitare e le principali conseguenze
Per la massima sicurezza e la piena conformità è necessario identificare le criticità più comuni per prevenirle.
Vediamo quali sono gli errori da evitare.
Classificazione errata e attribuzione del codice EER scorretto
L’attribuzione del codice EER è la prima operazione successiva alla generazione di un rifiuto e, sbagliare il codice di riferimento, condiziona il resto delle attività.
In particolare, non riconoscere un rifiuto come pericoloso espone il laboratorio, che in quanto produttore ha la responsabilità di classificare correttamente i rifiuti, a rischi e incidenti operativi, sanzioni pecuniarie e penali.
Mancata segregazione dei rifiuti o gestione non conforme della raccolta
I rifiuti che si generano separatamente vanno mantenuti separati: un errore da evitare è la miscelazione di rifiuti pericolosi e non per ridurre le concentrazioni di sostanze pericolose.
Questa condotta è infatti espressamente proibita se non altrimenti autorizzata.
Anche l’utilizzo di uno stesso contenitore per diverse tipologie di rifiuti non è consentito.
Allo stesso modo, nel deposito temporaneo i rifiuti non pericolosi non vanno raccolti assieme a quelli che presentano classi di pericolo.
Scelta di intermediari e fornitori
Scegliere e verificare l’affidabilità degli altri attori della filiera di governance dei residui compete al produttore.
Quando sono coinvolti rifiuti pericolosi è necessario che il trasporto avvenga rispettando le norme: i mezzi e gli operatori devono essere autorizzati e certificati. Altrettanto importante è verificare la regolare iscrizione all’Albo dei gestori ambientali da parte di intermediari rifiuti e impianti di recupero o smaltimento.
Gestione inadeguata della documentazione
Sotto il profilo documentale, gli errori più frequenti riguardano il mancato rispetto delle scadenze o la compilazione imprecisa o incompleta.
Questo tipo di inadempienze ha sempre come conseguenza sanzioni amministrative, multe e, nei casi più gravi, condanne penali.
Soluzioni professionali per laboratori aziendali e privati
Per evitare di incorrere negli errori citati, oltre che per avere il pieno controllo sulla filiera e fare scelte di valore anche sul piano economico, la differenza la fa il partner che deve essere specializzato, affidabile e di esperienza.
La complessità normativa e la necessità di garantire la completa conformità sotto questo aspetto è fondamentale: i risultati di una cattiva governance dei rifiuti ricadono sulla reputazione del laboratorio e possono condizionare anche altri aspetti dell’attività.
Inoltre, una gestione efficiente, sicura e conforme degli scarti offre vantaggi operativi a più livelli. Nel caso dei laboratori, le soluzioni in outsourcing offerte da un intermediario rifiuti sono particolarmente indicate perché assieme alla competenza di settore, offrono la possibilità di identificare le migliori opportunità economiche per quanto riguarda trasporto e impianti di smaltimento.
Noi di Omnisyst proponiamo ai laboratori soluzioni dedicate in cui, grazie alla nostra consulenza, si evitano problemi relativi a classificazione e raccolta. Il nostro software proprietario, inoltre, è un valido supporto per mantenere aggiornata e in regola la documentazione, mitigando i rischi di sanzioni. L’esperienza che abbiamo maturato e il monitoraggio continuo nei confronti di trasportatori e impianti di destino, non da ultimo, riduce in modo significativo l’onere di due diligence da parte del laboratorio.
Il nostro impegno, come partner nella governance dei rifiuti, sta nell’individuare le inefficienze dal punto di vista della gestione dei residui e ottimizzarle. Questo sia sotto il profilo operativo che economico.Se per il tuo laboratorio cerchi un partner che ti aiuti ad affrontare le complessità e le criticità del settore nel rispetto delle norme, della trasparenza e in sicurezza, contattaci.
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