Il settore della moda ha una grande opportunità davanti a sé: investire nel recupero dei rifiuti che produce al fine di ridurre il proprio impatto ambientale.
A guardar bene, non è forse questo ciò a cui ambisce ogni comparto produttivo? In effetti è così, ma per le aziende tessili le prospettive sono del tutto peculiari.
In questo articolo, dopo aver chiarito cosa si intende per rifiuti tessili, presenteremo qualche dato per dare un riferimento concreto dell’impronta ecologica che il settore lascia dietro di sé e approfondiremo quali sono le normative che regolano la gestione degli scarti previste per le aziende tessili.
Quali sono le differenze tra rifiuti tessili, sottoprodotti ed End of Waste? Questi concetti sono determinanti per capire come funziona il recupero dei rifiuti tessili e perché sia preferibile allo smaltimento.
In Omnisyst vediamo chiaramente tutti i giorni come l’adozione di percorsi che valorizzino gli scarti possa portare le aziende tessili a cambiare in positivo le pratiche e quindi la narrazione sul loro impatto ambientale.
I rifiuti tessili: dagli scarti di produzione agli abiti dismessi
L’industria del tessile produce rifiuti in diversi momenti: si parla infatti di rifiuti tessili pre-consumo e post consumo.
Vediamo quali sono.
Con pre-consumo si fa riferimento agli scarti di produzione, ovvero ai residui ottenuti dalle diverse fasi di lavorazione di tessuti e capi. A seconda dell’azienda e del tipo di confezionamento, l’incidenza di questi materiali può arrivare ad essere quella del 25% rispetto alla materia prima iniziale.
Parlare di rifiuti tessili pre-consumo, però, significa anche includere tutto l’invenduto del prodotto finito o le realizzazioni finite con difetti e imperfezioni che non superano il controllo qualità.
I rifiuti post consumo, invece, sono tessuti usati e abiti dismessi, rifiuti urbani per i quali in Italia è già presente una normativa che impone l’obbligo della raccolta differenziata (d. lgs. 116/2020).
È il caso però di specificare che le aziende tessili non si limitano a produrre scarti di questo tipo: come attività produttive a tutti gli effetti, generano infatti rifiuti da materiali compositi come fibre plastiche di diverso tipo, da materiali organici, o residui dalle operazioni di tintura, che possono essere di natura liquida o fangosa.
I rifiuti ottenuti da queste lavorazioni sono tutti classificati con il codice CER 04.
L’impatto ambientale del settore
Sappiamo bene che il settore della moda incide in maniera molto gravosa sulla sostenibilità ambientale, per questo è stato oggetto di iniziative a livello europeo e nazionale per ridurne l’impatto.
Dati alla mano, nel rapporto dedicato ai rifiuti speciali più recente, l’ISPRA riporta la produzione di rifiuti per attività economica: nel 2022 il settore manifatturiero ha generato complessivamente 28,3 milioni di tonnellate di rifiuti.
In particolare, quelli riconducibili alla lavorazione di pelli e pellicce e all’industria tessile sono stati oltre 600 mila tonnellate.
Per avere una visione d’insieme sull’impatto del settore, andiamo oltre i dati che riguardano i rifiuti tessili pre-consumo riportati qui sopra, significativi ma non allarmanti.
Importante è invece contemplare lo scenario post consumo e più in generale l’impiego delle materie prime e le emissioni.
Consumi di materia prima e risorse naturali
La Commissione Europea ha stimato con uno studio aggiornato nel 2024 dell’European Environment Agency che il settore tessile nel 2020 si sia collocato al terzo posto per impiego delle risorse idriche e dell’uso del suolo.
Il dato è il risultato della necessità di materie prime ottenute da fibre organiche che richiedono terreni per la coltivazione ma anche della necessità di acqua durante le fasi di produzione.
L’effetto sull’ambiente dei processi di produzione
Guardando ai risultati della produzione, i processi di lavorazione dei prodotti tessili sono responsabili di circa il 20% dell’inquinamento idrico globale (ancora secondo i dati messi a disposizione dall’Europa).
In riferimento alle emissioni il settore della moda è ritenuto responsabile, sempre secondo i dati europei, del 10% delle emissioni globali di carbonio.
Questi dati non devono scoraggiarci, al contrario sono utili per presentare lo scenario all’interno del quale le diverse organizzazioni (a livello europeo oltre che nazionale) sono intervenute per ridurre l’impatto ambientale e le opportunità che da essi si profilano.
Alla luce dei progetti avviati di recente (uno su tutti VERDEinMED – PreVEnting and ReDucing the tExtiles waste mountain in the MED area), le aziende tessili hanno la possibilità di creare percorsi virtuosi di economia circolare.
I rifiuti tessili visti da vicino
Abbiamo visto che quando si parla del settore della moda, con l’etichetta “rifiuti tessili” si intende includere un gruppo piuttosto eterogeneo e diversificato.
Proviamo a fare ulteriormente chiarezza approfondendo le norme e definendo meglio alcuni concetti.
La normativa in vigore e gli obblighi per le aziende
Come è noto, l’impianto normativo che regola i rifiuti speciali è contenuto all’interno del cosiddetto Testo Unico Ambientale (d. lgs. 152/2006).
Gli articoli contenuti descrivono i rifiuti e individuano le operazioni di classificazione, raccolta, trattamento per il recupero e lo smaltimento che le aziende sono tenute a seguire.
L’industria della moda è quindi tenuta a seguire quanto riportato, ma proprio per il crescente impatto anche nella generazione di rifiuti pre- e post consumo, è soggetta all’introduzione di nuove pratiche per incentivare il recupero dei rifiuti tessili.
Per la Commissione Europea, la via per mitigare l’impatto dell’industria del fashion è quella di rendere i produttori responsabili dell’intero ciclo di vita dei prodotti tessili.
Con l’approvazione di quanto proposto dalla Direttiva europea che modifica quella 2008/98/CE relativa ai rifiuti, i paesi dell’UE devono quindi istituire entro il 2030 regimi EPR, cioè di responsabilità estesa del produttore anche in campo tessile.
Cosa significa? Che le aziende attive nella produzione, distribuzione e importazione di tessili sono tenute ad avviare un sistema per gestire la raccolta di abiti e tessuti per migliorare le pratiche di riutilizzo e riciclo.
Da questo punto di vista, l’industria tessile non è certo la prima ad essere regolata in questi termini, prima di lei è stato il caso di imballaggi, batterie e apparecchiature elettriche ed elettroniche.
Le aziende possono trasformare questa sfida nell’opportunità di migliorare ed efficientare la propria produzione in maniera da ridurre gli scarti e adottare percorsi di economia circolare per dare valore ai residui.
Rifiuti tessili, sottoprodotti, End of Waste: cosa sono?
In un’ottica di recupero dei rifiuti tessili, vale la pena spiegare meglio quali sono i protagonisti.
Parlare di rifiuti, sottoprodotti o EoW cioè End of Waste tessile non è dire la stessa cosa.
Un rifiuto speciale è uno scarto o residuo ottenuto da un’attività produttiva di cui il produttore si deve disfare, parafrasando la definizione normativa (d. lgs. 152/2006). Il percorso che si snoda nel futuro di questo scarto sarà quello di recupero o smaltimento.
Dicendo sottoprodotto si fa invece riferimento a materiali generati all’interno del processo produttivo senza che siano l’oggetto della produzione stessa, materiali che possono quindi essere destinati ad altri usi produttivi senza bisogno di subire trattamenti aggiuntivi.
A livello legislativo, la direttiva europea sui rifiuti (2008/98/CE) specifica quali sono i criteri perché un sottoprodotto venga definito tale e quindi non sia classificato come rifiuto.
Con End of Waste si indica il processo attraverso cui un rifiuto perde la sua qualifica, quindi grazie a procedure di recupero, torna ad essere un prodotto e riacquista valore.
Recupero rifiuti tessili, perché preferirlo allo smaltimento?
L’introduzione di un regime di responsabilità estesa dei produttori, sposta l’accento da una gestione dei rifiuti speciali che si limita alla produzione (pre-consumo) ad una più complessa che guarda anche il post consumo.
I produttori, muovendosi in direzione del recupero dei rifiuti tessili, sono invitati alla raccolta per promuovere una filiera virtuosa che limiti la produzione di scarti destinati allo smaltimento.
Questo percorso intende ottenere End of Waste, quindi nuovi prodotti al termine dei trattamenti dei rifiuti tessili e favorire pratiche di economia circolare che privilegino i sottoprodotti ai rifiuti.
In questa direzione, lo smaltimento dei rifiuti tessili diviene l’ultimo provvedimento per gestire uno scarto proveniente dal settore della moda, aumentando l’impegno delle aziende a ridurre progressivamente questa soluzione per scegliere alternative di recupero o riciclo.
Il ruolo di Omnisyst accanto alle aziende del settore tessile
Abbiamo recepito il concetto di economia circolare ben prima che le norme intervenissero in questo senso: noi di Omnisyst intendiamo la gestione degli scarti secondo criteri di valore.
Per le aziende che operano nel settore del fashion, valutiamo su quali processi produttivi intervenire per delineare la strategia migliore e agire in modo da ridurre la produzione di rifiuti e avviare paradigmi circolari.
Non lo facciamo limitandoci ai rifiuti tessili intendendo gli scarti di tessuti e gli avanzi di taglio ma prendendo in esame tutte le possibilità, anche quelle che riguardano altri materiali. In questo caso studio, per esempio, abbiamo individuato la strategia per dare valore agli scarti plastici esausti proponendo un percorso di logistica inversa.
Come partner, lavoriamo assieme alle aziende per avviare e realizzare modelli di governance dei residui che diventino azioni virtuose rispettose dell’ambiente e delle norme. In questo modo la gestione dei rifiuti e in particolare il recupero dei rifiuti tessili diventano pratiche positive che rafforzano l’immagine dell’azienda e la aiutano ad allinearsi al panorama odierno delle imprese innovatrici e attente al pianeta.Se anche la tua azienda opera nel settore della moda e cerchi una soluzione efficace per preferire il recupero allo smaltimento dei rifiuti tessili, contattaci.
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