Le microplastiche sono tra i protagonisti più incisivi di una serie di contaminazioni che interessano l’ambiente e la salute delle persone. Il loro impatto sugli ecosistemi, non solo quello marino, è pervasivo.
Le dimensioni di questi residui ottenuti da trattamenti di diverso tipo e più in generale dalla degradazione della plastica variano da quelle inferiori ai 5 millimetri, definite appunto microplastiche, alle nanoplastiche, particelle ancora più piccole, che misurano meno di 1 micrometro.
Considerando gli effetti sul pianeta delle particelle micro e nanoplastiche risulta evidente la responsabilità da parte dei produttori. Aziende e imprese che producono rifiuti plastici sono esposte a un rischio a livello reputazionale e al contempo devono dimostrare un interesse attivo e contribuire in modo significativo alla soluzione.
Enti di ricerca come l’ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale, riconoscono il ruolo centrale dei produttori di rifiuti per affrontare la diffusione delle microplastiche e ridurla incentivando percorsi di economia circolare realmente efficaci.
Per le aziende che producono rifiuti plastici, esistono quindi soluzioni e strategie per contenere il problema e affrontare con successo la sfida ambientale che questi residui pongono?
In questo articolo parleremo dell’importanza di una gestione adeguata degli scarti che, soprattutto nel caso delle microplastiche, può ridurre su larga scala il loro impatto.
Tipologie e origini delle microplastiche
A seconda dell’origine e della modalità con la quale vengono prodotte, le microplastiche si suddividono in due categorie:
- si definiscono microplastiche primarie quelle particelle di dimensioni ridotte, nello specifico micrometriche, che vengono prodotte intenzionalmente in questa misura con fini commerciali e industriali. Si tratta per esempio di tutte le componenti e i microgranuli plastici prodotti nell’industria della cosmesi o degli abrasivi industriali o ancora dei pellet di resina usati nello stampaggio plastico;
- le microplastiche secondarie, invece, fanno riferimento ai frammenti che derivano da oggetti plastici più grandi. La degradazione causata dagli agenti atmosferici e fisici, nel tempo riduce la plastica a dimensioni sempre più contenute, rendendo molto più difficile averne il controllo e neutralizzarne gli effetti inquinanti.
In entrambi i casi il ruolo delle aziende coinvolte è rilevante: nei settori che producono microplastiche primarie, la filiera di produzione deve essere ben regolata e attenta, per esempio nella gestione delle acque reflue. Per quanto riguarda le microplastiche secondarie, invece, le strategie di prevenzione, la gestione degli imballaggi e quella dell’usura e del fine vita dei prodotti sono opportunità rilevanti per apportare miglioramenti significativi al problema.
L’impatto sull’ambiente e sulla salute umana
Il danno prodotto dalle microplastiche non coinvolge solo gli ecosistemi acquatici e marini, ma anche la salute umana. Una volta entrate nella catena alimentare, queste particelle plastiche possono infatti arrivare all’uomo e generare inconvenienti per la salute delle persone.
Vediamo più nel dettaglio quali sono gli impatti sul pianeta.
L’inquinamento marino da microplastiche e i danni alla catena alimentare
Acque dolci prima e oceani poi costituiscono il ricettore finale della maggior parte delle microplastiche disperse nell’ambiente.
Nel mare, tutti gli organismi possono ingerire particelle plastiche scambiandole per cibo. Dalle lesioni fisiche ai pesci e alle creature che lo fanno, i danni possono diventare biologici causando impatti sulla fertilità, la crescita e la popolazione animale nel suo complesso.
I frammenti plastici presenti in questi ecosistemi possono contenere inoltre inquinanti chimici: una volta ingeriti, i composti tossici si possono trasferire ai tessuti e interessare successivamente l’intera catena alimentare.
Non solo acqua, la contaminazione del suolo e dell’aria
Anche l’ambiente terrestre può risultare contaminato dalle microplastiche: i suoli agricoli sui quali vengono riversati fertilizzanti ottenuti dalle acque di depurazione arrivano infatti a depositare sul terreno grandi quantità di particelle plastiche.
Analogamente a quanto succede negli ecosistemi marini, anche in questo caso la fauna può ingerirle con problemi diretti per gli animali e indiretti per l’uomo.
La contaminazione terrestre può avvenire anche con le polveri: il vento trasporta nell’aria particelle microplastiche ottenute da fibre sintetiche di tessuti e arredi oltre che dall’abrasione degli pneumatici sulle strade, raggiungendo e contaminando zone molto estese.
La salute dell’uomo è quindi esposta a rischio per l’inalazione di aria contenente questi frammenti microscopici.
Per le persone, l’esposizione a queste particelle è causa di tossicità diretta, quindi fisicamente rilevabile in organi e tessuti, e indiretta, cioè chimica.
Microplastiche: soluzioni per ridurle all’origine
Dal momento che risulta complesso individuare e recuperare le microplastiche una volta che si sono disperse, una soluzione efficace consiste nell’agire all’origine.
Operare alla fonte significa perciò ridurre la formazione di questi frammenti prima che entrino nell’ambiente: soluzioni utili per contrastare il problema prevedono strategie molteplici per ripensare i prodotti e le filiere da cui si ottengono al fine di prevenire contaminazione e inquinamento.
In alcuni settori come quello della cosmesi, per esempio, la preferenza di materiali biodegradabili e alternative ecologiche alle materie plastiche si dimostra un approccio vincente. Inoltre, scelte di questo tipo si allineano alle direttive imposte dalle normative più recenti che promuovono l’uso di bioplastiche.
Nel settore tessile, le cui sfide legate alla sostenibilità sono molteplici e la responsabilità dei produttori sempre crescente, si stanno studiando fibre tessili a basso rilascio di microfibre per evitare la produzione di microplastiche durante i lavaggi.
Più in generale, ripensare ai materiali protagonisti della filiera di produzione, necessariamente influisce sulla qualità degli scarti: polimeri alternativi biodegradabili offrono il vantaggio di degradarsi senza lasciare residui microplastici.
Infine, le aziende che operano nella produzione di materie plastiche sono chiamate a rispondere alla sfida delle polveri e di pellet che si disperdono in modo accidentale.
Nel suo complesso, l’adozione di modelli di economia circolare contribuisce al contenimento dell’inquinamento delle microplastiche perché, preferendo riuso e riciclo, controlla la filiera dei residui rendendola virtuosa.
Tecnologie di trattamento per rimuovere le microplastiche
Avendo sottolineato l’importanza di un’azione preventiva, va detto che per i produttori è altrettanto significativo migliorare le tecnologie che impediscono la dispersione delle microplastiche nell’ambiente.
Vediamo più nel dettaglio quali sono.
Filtraggio avanzato nelle acque reflue
Per evitare la contaminazione delle acque di scarico, la strategia chiave riguarda gli impianti di depurazione.
L’utilizzo di tecnologie moderne aumenta l’efficacia del trattamento delle acque reflue: soluzioni di filtraggio come quelle offerte dai filtri a membrana ultrafine, da quelli granulari multistrato o dai sistemi di flottazione e separazione per densità offrono risultati significativi.
Tecnologie di separazione e riciclo
Un altro approccio riguarda la separazione, grazie alla quale è possibile isolare le microplastiche presenti nelle acque reflue.
La sedimentazione assistita è una di queste: con processi che separano i frammenti plastici per gravità o centrifuga è possibile avviarli verso operazioni di riciclo chimico o termico.
In contesti di inquinamento del suolo, quindi negli ecosistemi terrestri, normalmente si opera con mezzi meccanici, cioè dispositivi che raccolgono i frammenti plastici, ma si sperimentano con sempre maggior frequenza altre soluzioni.
La bioremediation, per esempio, impiega microrganismi capaci di decomporre polimeri plastici per accelerarne la degradazione limitando i danni sulla fauna.
Monitoraggio e tracciabilità
La misurazione dell’inquinamento da microplastiche è una componente fondamentale per arginare il problema.
In questo scenario, la tracciabilità dei residui e la digitalizzazione della filiera rende possibile comprovare il loro effettivo trattamento e l’inserimento in percorsi virtuosi di recupero, limitando la dispersione di componenti plastiche nell’ambiente.
Il principio di responsabilità estesa del produttore agisce in questo senso per rendere le aziende più consapevoli della gestione del fine vita dei prodotti.
L’importanza di percorsi di economia circolare
L’introduzione di un approccio circolare si dimostra una delle strategie più efficaci per affrontare con successo la sfida della riduzione delle microplastiche.
Andando oltre l’ecodesign, cioè una progettazione dei prodotti più attenta all’impatto sull’ambiente, una gestione consapevole e attenta dei residui assicura da un lato la conformità normativa necessaria e dall’altro un vantaggio competitivo sul mercato.
L’impegno ambientale lungo tutta la filiera, infatti, garantisce un riscontro positivo da parte degli stakeholder e dei consumatori finali. Ridurre l’impatto delle microplastiche richiede scelte di valore nella gestione della produzione e nella governance degli scarti.
Il confronto con un partner competente può aiutare le aziende a valorizzare il proprio operato e fornire gli strumenti necessari per poterlo comunicare in modo efficace.
In Omnisyst il nostro impegno guarda alla sostenibilità tenendo sempre presente l’aspetto operativo che ogni singola realtà può adottare all’interno del proprio contesto produttivo.
La consulenza che forniamo alle aziende punta alla valorizzazione degli scarti privilegiando soluzioni di effettiva fattibilità capaci di rispondere alle esigenze economiche e produttive di ciascuno.Se anche la tua azienda vuole adottare misure significative per ridurre il proprio impatto e contenere i danni prodotti da un uso improprio delle materie plastiche, contattaci.
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